Ogni cervello possiede specifiche competenze e attinge in diversa misura ai suoi tre livelli: rettiliano, sistema limbico, neocorteccia.

Il cervello dei mammiferi è formato da tre cervelli: cervello rettiliano (il più antico), sistema limbico (successivo) e neocorteccia (formatosi più di recente). La differenza tra noi e gli altri animali sta nel fatto che la neocorteccia è grandemente sviluppata.

Ma quali sono i compiti del cervello rettiliano? Serve a regolare le attività di base del nostro organismo come il ritmo sonno/veglia, la respirazione ecc.; a regolare i sistemi motivazionali non relazionali (cioè quelle attività che si possono svolgere da soli) quali l’alimentazione, l’esplorazione del territorio e la costruzione di una tana e infine a seguire le regole dei sistemi motivazionali relazionali non sociali (cioè quelle attività che si svolgono in relazione agli altri, con i quali stabiliamo interazioni non durature) come la predazione/fuga, la difesa del territorio e l’accoppiamento.

Il cervello rettiliano in sintesi persegue due scopi: la sopravvivenza e la riproduzione. La propria sopravvivenza è sopraordinata a qualunque cosa, tranne nel caso siano presenti i propri cuccioli. In tal caso la continuità della specie sta sopra tutto.

Nel cervello rettiliano non ci sono pensieri (quelli sono prodotti dalla neocorteccia), ma solo azioni istintive.

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L’elaborazione delle emozioni primitive avviene in un’area centrale del cervello arcaico o rettiliano: l’amigdala. Essa si attiva ad esempio quando scorgiamo un pericolo e collega in meno di trenta secondi la reazione  immediata di risposta ad un evento che viene percepito come eccezionale (e pericoloso). Nella parte arcaica del nostro cervello ogni perdita di tempo potrebbe essere letale, le emozioni forti di solito fanno scattare il meccanismo attacca o fuggi. Per rendere più efficace questo suo compito, l’amigdala amplifica i ricordi comunicando all’ipotalamo quali immagini ricordare. Ha quindi un ruolo molto importante anche nell’immaginazione e nella memoria.

Gli uomini generalmente sono più reattivi e istintivi delle donne, si sa; infatti la loro amigdala è più grande e in connessione diretta con il midollo spinale ed è particolarmente sollecitata dalle risposte ai e dei sensi, mentre quella femminile è più piccola, si connette alla corteccia cerebrale ed è più sensibile alla sfera delle emozioni profonde, collegate al sistema limbico.

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Questo spiega in parte come mai la sola vista di una donna nuda basti per eccitare un uomo, mentre per una donna sono invece le emozioni a contare di più, non tanto sa sole, quanto in relazione ai ricordi ad esse connessi. E’ nota l’antipatia o l’affezione tipicamente femminile per un luogo dove sono state felici-infelici o per una persona che ha evocato in loro antiche emozioni, l’uomo pare essere in questo più flessibile.

L’amigdala maschile quindi elabora in modo intenso, non partecipa alla fase di elaborazione del linguaggio, e questo fa si che gli uomini, rispetto alle donne, siano pressoché incapaci di parlare apertamente delle proprie emozioni, soprattutto quando queste sono molto forti e travolgenti (letteralmente).

La donna riesce a elaborare, a discutere dei propri stati d’animo, in un certo senso, a prenderne le distanze pur vivendole. Per questo una donna è, agli occhi dell’uomo, considerata molto emotiva, mentre a conti fatti il vero emotivo, ossia in preda alle emozioni, è più l’uomo, con le sue volontarie chiusure, le sue emozioni represse o rimosse. Vi è un’origine funzionale a questo meccanismo di distacco; rende l’uomo più adatto alla lotta, per l’utile componente di freddezza.

Va da sé che la conformazione e i legami interni al cervello femminile, uniti all’inclinazione ormonale alla riproduzione, accoglienza e dialogo nella comunità, fanno si che le sue reazioni emotive, apparentemente più impressionabili, siano sostenute da una maggiore saldezza in tutti i casi in cui sia richiesta la cura delle persone, del nucleo familiare, del gruppo.

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(to be continued)